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Da dove iniziare a scrivere la propria storia

Si dice che scrivere la propria storia richieda un progetto, un piano, una cronologia. Non è vero. Basta un gesto, stasera, in quindici minuti.

Su un tavolo di legno, un quaderno aperto quasi vergine con un'unica riga manoscritta a inchiostro bruno, una stilografica posata accanto, la luce di fine pomeriggio che illumina la pagina.

Molte persone portano da anni il desiderio di scrivere ciò che hanno vissuto. Per chi le sta a cuore, o semplicemente per sé. Eppure non scrivono. Non perché non abbiano nulla da dire. Perché non sanno da dove iniziare.

La pagina bianca intimidisce più della memoria. Ci si siede davanti a un quaderno, ci si dice ho vissuto tante cose, e tutto si confonde. Si vorrebbe essere cronologici, si vorrebbe essere completi, si vorrebbe scrivere bene. A forza di volere tutto, non si scrive nulla.

Questo articolo non cerca di darle un metodo completo. Cerca di darle un solo gesto, fattibile stasera, che apre la porta.

La trappola del progetto

L’errore più frequente è pensare il racconto della propria vita come un progetto. Con un piano, un titolo, una promessa da mantenere. Il progetto scoraggia prima della prima parola, perché obbliga a immaginare la fine prima dell’inizio.

Nessuno comincia a raccontare la propria vita sapendo cosa racconterà. Si comincia seguendo ciò che riaffiora, e il senso arriva dopo. Spesso molto dopo. A volte mai: si tiene una raccolta di frammenti che non formano un libro, ma che formano qualcosa di più prezioso, un deposito vero.

Rinunciare al progetto libera il gesto. Non sta scrivendo la sua autobiografia. Sta scrivendo una pagina, stasera.

Scrivere le proprie memorie, senza la parola grossa

Se è arrivato qui cercando come scrivere le proprie memorie, la risposta è la stessa. La parola intimidisce perché evoca un’opera: volumi, una vita intera da coprire, un editore alla fine. Ma le memorie, in fondo, sono pagine in cui qualcuno racconta ciò che ha vissuto, con la propria voce. Niente di più.

Non le serve un manoscritto completo perché conti. Dieci scene raccontate con precisione valgono più di una cronologia esaustiva che nessuno finirà. Scegliere poco, raccontare bene: è il contrario dell’inventario, ed è ciò che rende leggibile un racconto.

E le memorie non sono fatte per dormire in un cassetto. Si leggono oggi. Una pagina scritta questa settimana può essere letta questa settimana da sua sorella, da suo figlio, da un amico. Scrivere la propria storia è anche condividerla con chi conta, pagina dopo pagina, non alla fine di una grande opera.

Da dove iniziare a scrivere la propria storia: non dalla nascita

Non deve cominciare dalla sua nascita. Nessuno, in verità, si ricorda della propria nascita. E cominciare dall’infanzia, in ordine, dà quasi sempre frasi piatte: sono nato a, mio padre era, abitavamo. Da curriculum.

La memoria non funziona come una cronologia. Funziona per associazioni. Un odore riporta un’estate. Un viso incrociato per strada riporta un vicino dimenticato. Una canzone sentita per caso riporta una scena che si credeva perduta. Segua ciò che riaffiora, non l’ordine degli anni.

Il primo gesto, quindi, è una domanda: cosa mi torna in mente in questo momento? Non cosa devo raccontare?

Tre porte d’entrata concrete

Tre angoli funzionano quasi sempre, perché danno un appoggio materiale alla memoria.

Un oggetto. Guardi attorno a sé. Scelga un oggetto a cui tiene: un orologio ereditato, un libro riletto venti volte, una sedia del salotto, un piatto sbeccato. Lo descriva. Poi racconti da dove viene, a chi è appartenuto, perché è lì. In una pagina avrà raccontato una storia, e con essa un’epoca, una persona, un luogo.

Un luogo. Pensi a un luogo che porta dentro di sé: la cucina di sua nonna, il cortile della scuola elementare, una spiaggia di un’estate decisiva, il suo primo appartamento. Lo descriva come se qualcuno dovesse entrarci per la prima volta: la luce, i rumori, gli odori, ciò che c’era sui muri. Un luogo descritto con precisione contiene un’intera vita.

Una persona. Scelga qualcuno che ha contato: suo padre, la sua prima maestra, il vicino che le ha insegnato qualcosa, un amico perso di vista. Descriva il suo viso, la sua voce, un gesto che lo caratterizzava. Poi racconti una scena precisa in cui era presente. Una persona si racconta meglio attraverso una scena che con un ritratto astratto.

Ne scelga una fra le tre. Non tutte e tre stasera.

Quindici minuti, stasera

Adesso, il gesto pratico. Non domani. Non la settimana prossima.

Trovi un posto tranquillo, uno qualsiasi. Un tavolo, la sua poltrona, l’angolo del letto. Prenda ciò che ha sotto mano: un quaderno, un foglio, un documento sul computer, l’applicazione note del telefono. Lo strumento non ha alcuna importanza per la prima pagina. Sceglierà davvero più tardi.

Imposti il timer su quindici minuti. Non di più.

Scriva senza rileggere. Frasi brevi, parole semplici. Se si blocca su una frase, la salti e passi a quella dopo. Se un’immagine le torna mentre sta scrivendo altro, la annoti fra parentesi per tornarci. L’idea non è scrivere bene. L’idea è non fermarsi per quindici minuti.

Quando il timer suona, si fermi, anche se era lanciato. Posi il testo. Non lo rilegga subito.

Quando la paura di scrivere male La ferma

È l’ostacolo più frequente. Si scrivono tre righe, ci si rilegge, lo si trova piatto, ci si ferma.

Le sue pagine non devono essere ben scritte. Devono essere giuste, cioè fedeli a ciò che ha visto, sentito, provato. Una frase breve e sincera fa sempre meglio di un paragrafo cesellato che suona vuoto.

La regola pratica sta in una frase: scriva come parla a qualcuno che la ama. Non a un editore, non a un professore di italiano. A sua figlia, a suo fratello, a un amico. La voce diventa netta subito, perché sa a chi sta parlando.

E se proprio non sopporta il suo stile, detti a voce alta e faccia trascrivere. Molti racconti di famiglia molto belli sono, all’origine, delle dettature.

Non decida nient’altro adesso

Nel momento di scrivere la sua prima pagina, non deve decidere:

  • cosa scriverà dopo,
  • quanto durerà,
  • in quale forma finale tutto questo sarà conservato,
  • chi lo leggerà, e quando.

Tutte queste domande sono importanti. Tutte possono aspettare. Troveranno la loro risposta quando avrà venti o trenta pagine davanti a sé. Prima, sono domande da progetto, e il progetto, come si è visto, paralizza.

L’unica cosa da decidere stasera è posare la prima pagina. Il resto, lo vedrà strada facendo. Alcuni scelgono un bel quaderno rilegato che tengono accanto a sé. Altri scelgono un quaderno digitale come Carnely, dove ogni ricordo si racconta con poche foto scelte e si può affidare alla sua cerchia. La forma non è il tema di oggi.

Una domanda per cominciare

Prima di chiudere questo articolo, prenda due minuti e risponda per iscritto a una sola domanda:

Quale ricordo Le è tornato in mente durante la lettura di questo testo?

Quell’immagine, quel viso, quella scena: è da lì che comincia.

Per andare oltre

Se vuole esplorare la memoria attraverso i sensi, gli odori, i rumori, i sapori, questo articolo propone un’altra porta d’entrata. E se vuole rivolgersi direttamente a chi le sta a cuore, ecco come cominciare una lettera ai propri figli senza farne un evento.

Domande frequenti

No. Ciò che scrive non deve essere ben scritto, deve essere giusto, cioè fedele a ciò che ha visto e sentito. Una frase breve e sincera vale sempre più di un paragrafo cesellato che suona vuoto. Scriva come parla a qualcuno che la ama.
Per la prima pagina non importa. Lo strumento buono è quello che apre senza fatica. Sceglierà più avanti, una volta che la scrittura è avviata. Un quaderno di carta, un documento sul computer, l'applicazione note del telefono, o un servizio come Carnely: tutto funziona, purché ci torni.
In fondo sì. Le memorie non sono un genere riservato alle vite illustri: sono pagine in cui qualcuno racconta ciò che ha vissuto, con la propria voce. Una raccolta di scene scelte con cura, che i suoi cari possono leggere già da oggi, è già una forma di memorie. Il manoscritto rilegato è una possibilità, non una condizione.