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Ricordi sensoriali: scrivere odori, gesti e suoni

L'odore del pane che usciva dal forno di sua nonna, il rumore della porta che cigolava, il suo gesto preciso per rompere un uovo. Sono i ricordi che se ne vanno per primi. Ecco come tenerli.

In una cucina rustica immersa nella luce calda, una nonna in gilet senape e grembiule terracotta scrive con la stilografica in un quaderno aperto mentre la sua nipote adulta porta al naso un mazzetto di lavanda e timo essiccati, occhi socchiusi; tazza di tisana fumante e ciotolina di terracotta con erbe posate nelle vicinanze.

Quindici anni fa, sapeva esattamente che odore aveva sua nonna. Un miscuglio di sapone di Marsiglia, crema per le mani, e qualcosa di più antico che fluttuava nel suo armadio. Oggi non riesce più davvero a descriverlo. L’odore è lì, in fondo alla memoria, ma quando prova a nominarlo, sfugge.

È quello che succede con i ricordi sensoriali. Sono i più potenti quando tornano, e i più difficili da chiamare quando li si cerca. Nessuna foto trattiene un odore. Nessun video fissa la consistenza esatta di un tessuto che da bambini si amava toccare. Questi ricordi se ne vanno per primi, e nessuno avverte.

Questo articolo propone un modo semplice di scrivere ciò che sbiadisce così. Odori, gesti, suoni, sapori, consistenze: una guida pratica per fissarli prima che evaporino.

Cosa sbiadisce per primo

La memoria non tratta tutti i ricordi allo stesso modo. Le immagini si conservano abbastanza bene, perché le si ritrova di continuo, nelle foto, nei film, per strada. Il volto di un genitore resta impresso.

Le sensazioni, invece, non hanno un’eco esterna. Un odore torna soltanto per caso, una volta ogni dieci anni, quando si incrocia qualcosa che vi si avvicina. Un rumore familiare dell’infanzia scompare appena la casa smette di emetterlo. Un gesto preciso, visto mille volte, diventa sfocato in pochi anni una volta che la persona non lo fa più.

È ciò che rende questi ricordi così carichi quando tornano, e così fragili nella vita ordinaria. Per tenerli, non c’è che una via: scriverli.

Le cinque porte

Cinque ingressi possibili, per cinque tipi di ricordo. Non c’è bisogno di aprirle tutte. Una sola, fatta bene, vale più di un elenco frettoloso.

  • L’odore. L’odore di una casa, di una persona, di un luogo, di un pasto, di una stagione.
  • Il gesto. Un modo di tenere, di tagliare, di pettinarsi, di alzarsi, di chiudere una porta.
  • Il suono. Una voce, un cigolio, un passo, il ritmo del sonno di qualcuno, il rintocco di un orologio.
  • Il sapore. Un piatto, una bevanda, una combinazione precisa che non si ritrova più.
  • La consistenza. Un tessuto, una maniglia, una pelle, una materia che si toccava senza pensarci.

Per ciascuna, il metodo è lo stesso: scelga un ricordo preciso, e lo descriva con abbastanza dettagli perché esista sulla pagina.

Scrivere un odore

L’odore è il più difficile da scrivere, perché la nostra lingua è povera di parole che lo descrivono direttamente. « Profumava bene » non basta. « Profumava di casa di mia nonna » è una scorciatoia per chi sa già, ma non dice nulla a chi non ha conosciuto.

Tre modi per aggirare l’ostacolo.

Descrivere per paragone. Un odore tra la cera d’api e il pane raffermo, con qualcosa di minerale come una cantina pulita. Ci si avvicina con associazioni che il lettore conosce già.

Descrivere per contesto. L’odore che si sentiva spingendo la porta della cucina, quando aveva appena finito un bucato, e il calore del forno a gas si mescolava al vapore dei panni. Il contesto ricostruisce l’odore nella mente.

Descrivere per effetto. Un odore che mi faceva sempre pensare di essere al sicuro, senza sapere perché, e che mi rassicura ancora oggi quando per caso qualcosa lo sfiora. L’odore viene detto attraverso ciò che metteva in moto.

I tre modi si combinano. Un paragrafo preciso su un odore vale più di dieci righe su dieci odori sorvolati.

Scrivere un gesto

Il gesto si descrive meglio di quanto si pensi, perché lo si è visto cento volte e lo si può scomporre.

Proceda in tre tempi. Prima del gesto: ciò che la persona faceva appena prima. Il gesto in sé: scomposto in due o tre piccolissime fasi. Dopo: ciò che seguiva, il silenzio o il seguito.

Un esempio. Prima di rompere un uovo, mia madre lo teneva due secondi nel palmo, come per pesarlo. Poi batteva due volte sul bordo della scodella, deciso, e apriva il guscio con un solo movimento dei due pollici. L’uovo scivolava dentro senza che cadesse un solo pezzo di guscio. Riprendeva il guscio vuoto tra due dita e lo gettava di scatto nel lavandino.

Scritto così, il gesto diventa un ritratto. Si vede la persona, si percepisce la sua concentrazione, si intuisce il suo rapporto con il mondo.

Scrivere un suono, un sapore, una consistenza

Stessi principi, adattati.

Un suono si descrive per la sua frequenza, la sua regolarità, ciò che annunciava. Il cigolio del terzo gradino, che si sentiva sempre quando mio padre scendeva prima di tutti, verso le sei del mattino.

Un sapore si descrive per i sapori semplici che lo compongono, per il momento in cui lo si mangiava, per ciò che lo accompagnava. Il caffè del mattino, più forte della media, zuccherato una volta e mezza, nella grande tazza bianca, mentre lei rileggeva la lettera del giorno prima.

Una consistenza si descrive per la sensazione al tatto, per l’uso che se ne faceva, per le variazioni a seconda dei giorni. Il velluto della poltrona rossa, liscio in un senso, controverso nell’altro, che si scaldava al sole delle quattro e che si toccava per ore senza pensarci.

In ogni caso, miri al dettaglio preciso piuttosto che all’evocazione generale. Il velluto della poltrona rossa dice più di i mobili di una volta.

Cosa farne, dopo

Una volta scritti, questi ricordi sensoriali valgono per la loro precisione, non per il loro volume. Quindici righe esattissime sull’odore di una cucina valgono più di dieci pagine sfocate su un’intera infanzia.

Tre modi per tenerli.

Un quaderno degli odori. Un quaderno dedicato, in cui ogni voce occupa qualche riga, datata. Lo si riapre quando un ricordo riaffiora. Dopo qualche anno, il quaderno diventa un oggetto prezioso, che racconta un’epoca attraverso i suoi sensi.

Una raccolta sparsa. Ogni pagina sensoriale si aggiunge ai capitoli di un progetto più ampio: memorie, libro di famiglia, lettere ai figli. Il sensoriale dà corpo a ciò che si scrive altrove.

Una pagina affidata. I ricordi sensoriali, deposti in digitale, diventano particolarmente preziosi da condividere con chi le sta a cuore. È ciò che nessuno saprà senza di lei: l’odore della sua casa d’infanzia, il gesto esatto di un genitore, la consistenza di un oggetto che non c’è più. Una cornice come Carnely permette di deporre queste pagine al suo ritmo e renderle accessibili alle persone che ha scelto.

Una pagina per stasera

Prima di chiudere questo articolo, scelga: quale odore, quale gesto, quale suono vorrei ritrovare intatti tra trent’anni? Quella risposta è la prima pagina da scrivere.

Per andare oltre

Se vuole approfondire la scrittura dei ricordi d’estate e delle vacanze in famiglia, ecco come scrivere ciò che non entra in una foto. E se le piace l’idea di andare avanti senza fretta, ecco come scrivere le proprie memorie al proprio ritmo.

Domande frequenti

La parola esatta esiste raramente, soprattutto per gli odori. Si avvicini per paragone (« qualcosa tra la cera e il pane raffermo »), per contesto (« l'odore della cucina dopo un bucato ») o per effetto (« quell'odore che mi faceva sempre sentire al sicuro »). Tre righe precise valgono più di una sola parola scelta male.
Sì, per due motivi. Per lei, l'atto stesso di scrivere fissa ciò che si sarebbe disperso, e la pagina si rilegge più tardi con una forza che non ci si aspetta. Per chi le sta a cuore, ciò che sembra troppo personale per interessare gli altri diventa spesso, vent'anni dopo, ciò che custodiscono di più prezioso. La precisione è la traccia del suo sguardo, ed è quella che si condivide.
Non per forza. Cominci da ciò che riaffiora da solo, qualunque sia l'età. Un ricordo di ieri può essere altrettanto sensoriale e altrettanto fragile di un ricordo d'infanzia. Scriva ciò che si presenta, nell'ordine in cui viene. L'ordine cronologico si ricostruisce dopo, se ci tiene.

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